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Intervista di Massimo Bonasorte a Giancarlo Gianazza su “Hera Magazine” – Novembre 2006

Posted by danteiniceland su agosto 21, 2008

Quando nel 1307 l’Ordine dei cavalieri templari fu sradicato dal volere di Roma e di Filippo il Bello, gli equilibri politici ed economici del mondo antico cambiarono. I templari furono sterminati, imprigionati, torturati, arsi al rogo senza pietà. In breve tempo i monaci-guerrieri divennero soltanto i fantasmi di un mondo che fu.

Molti credettero di aver eliminato per sempre tutti gli appartenenti all’Ordine monastico più potente del Medioevo, ma sbagliavano, perché un numero imprecisato di cavalieri confluirono più o meno segretamente in altri ordini o lasciarono i territori più pericolosi per rifugiarsi altrove, spesso in Portogallo o in Scozia. Ma non tutti si resero conto che l’elite templare, quella cerchia più segreta e depositaria della gnosi dell’Ordine, sopravvisse nei secoli, protetta dal suo totale anonimato. Ma chi era questa cerchia, chi ne faceva parte, e di quali conoscenze segrete era depositaria? Forse custodiva il Graal? E cosa trovarono i templari nel tempio di Gerusalemme? E, soprattutto, dove nascosero quel “bottino”? Per risolvere l’enigma, dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di un legame occulto tra le sperdute e impervie terre d’Islanda e i maggiori uomini di scienza ed esponenti del mondo artistico e letterario dell’epoca: Dante, Botticelli, Raffaello, e soprattutto Leonardo da Vinci. Per quanto sembri l’avvincente trama di una fiction a sfondo esoterico, questo non è altro che lo scenario che emerge dalle scoperte dell’ingegner Giancarlo Gianazza, il quale nel libro scritto in collaborazione con Gianfranco Freguglia e intitolato “I custodi del messaggio“, edito Sperling & Kupfler, spiega la sua incredibile teoria, secondo cui i maggiori uomini di scienza del periodo medievale furono i custodi di un sapere segreto che tramandarono ai posteri, codificandolo all’interno delle loro maggiori opere. Un segreto che rimanda alla Cerca del Graal che in base alle ipotesi di Gianazza fu nascosto in una camera segreta di 5 m x 5 da un manipolo di cavalieri templari col favore dell’autorità locali nel bel mezzo dell’Islanda. Ma cosa c’entra la Divina Commedia? Ebbene, secondo Gianazza Dante nella sua monumentale opera racconta, in forma codificata, un viaggio effettivamente compiuto, forse nel 1319, che lo ha condotto in Islanda. Nel finale della Divina Commedia Dante si ritrova al cospetto della cosidetta Candida Rosa dei Beati tra i quali è assisa Beatrice. Ebbene, quest’immagine ha un riscontro nella realtà infatti ciò che Dante esprime in versi corrisponde ad un anfiteatro naturale che si trova lungo il fiume Jökulfull. L’autore durante l’ultima delle sue missioni di ricerca in Islanda sembra aver individuato proprio quell’anfiteatro naturale, e non solo. Grazie, infatti, al team di geologi e geofisici che lo ha accompagnato nel suo ultimo viaggio esplorativo, sembra che nel sottosuolo, proprio nel punto in cui Dante indica la camera segreta, gli esperti hanno riscontrato delle anomalie geologiche compatibili con questa ipotesi. A dirlo sono le misurazioni condotte con i più moderni strumenti di prospezione del sottosuolo: georadar e tomografia elettrica… Infine, celato nei profili dei personaggi del Cenacolo, Leonardo nascose una mappa geografica, tale da riprodurre il corso del fiume islandese Jökufull. Una mappa che è possibile scoprire soltanto leggendo con la giusta chiave di decodifica il cammino descritto dal poeta al seguito di Matelda nel giardino dell’Eden sino all’incontro con Beatrice. Le sue tesi, esposte nell’intervista che segue, sono davvero affascinanti e offrono un nuovo e rivoluzionario approccio allo studio del sapere esoterico nel mondo antico, e non solo.

Come si avvicinato a questo tipo di ricerca?
Tutto è iniziato guardando il quadro della Primavera di Botticelli. Mi sono accorto che esisteva un codice numerico nel dipinto. Inizialmente volevo soltanto capire quale fosse il numero celato all’interno del dipinto. Dopo un lavoro durato circa un mese realizzai che si trattava di una data: il 14 marzo 1319. La curiosità mi ha poi spinto a cercare di capire quale significato avesse quella data.
Una cosa era sicura, Botticelli voleva comunicare qualcosa e, a distanza di cinque secoli, grazie alla decodifica numerica era possibile entrare in contatto con il pensiero più segreto dell’artista. Volevo capire quale fosse il senso di quella operazione, così ho decifrato altri quadri dell’artista, scoprendo un continuo e preciso riferimento alla Divina Commedia dantesca. A quel punto il messaggio era chiaro, Botticelli sembrava dire “riporto in forma pittorica quanto è codificato nella Commedia”. Non c’era alternativa: bisognava individuare anche le informazioni celate in forma codificata all’interno dell’imponente opera letteraria. Ero soltanto all’inizio di questa avventura.

Qual è dunque la struttura di questo codice?
Il primo codice che ho decifrato nella Primavera del Botticelli è “digitale”, un vero e proprio linguaggio delle dita utilizzato per esprimere numeri. Il codice fa riferimento al linguaggio di gesti utilizzato dai monaci nei monasteri medievali per non disturbare la meditazione e per non infrangere la regola benedettina del silenzio. I monaci che avevano bisogno di comunicare per motivi operativi utilizzavano questo codice digitale. Non potendo consultare un archivio dei codici digitali dell’epoca, per la decifrazione ho dovuto lavorare d’intuito e questo non è certo un metodo scientifico. Per fortuna chi manda un messaggio codificato, non si limita a mandarlo in un unico modo, ma utilizza più sistemi per essere sicuro che il decifratore riceva l’informazione in modo corretto. Pertanto, Botticelli utilizzò anche un codice “astronomico”, decisamente più scientifico. L’artista, infatti, indica l’alba di quello stesso giorno, il 14 marzo 1319, mediante la posizione angolare relativa esistente in quel preciso momento tra i sette pianeti allora conosciuti.
Ma non è finita. Nei primi versi nel Paradiso della Divina Commedia viene indicato la stessa data. Tutti sono concordi sul fatto che Dante in questi primi versi faccia riferimento a un equinozio di primavera. Nessuno, però, ha mai colto che il pianeta che forgia gli animi umani (v. 41-42) e che sta sorgendo insieme al Sole durante questo equinozio di primavera, è Saturno. Saturno si trova in congiunzione con il Sole all’equinozio di primavera solo ogni trent’anni, e quindi questa combinazione astrale è possibile nel 1319, nel 1349 e nel 1289. La Commedia è stata scritta tra il 1300 e il 1321, anno della morte di Dante, quindi la data indicata nei primi versi del Paradiso non può che essere il 14 marzo del 1319.
Ecco il punto della Commedia raffigurato nella Primavera di Botticelli: siamo ancora nel giardino dell’Eden, Dante dopo il rito di potazione nell’Eunoè è “puro e disposto a salire a le stelle”.

Esistono altre corrispondenze astronomiche nella Divina Commedia?
Certo. Un esempio è l’indicazione della propria data di nascita, celata da Dante in due terzine (v. 112-117) del Canto XXII della terza cantica, dove esistono indicazioni precise al decimo di grado, che si riferiscono alla posizione dei pianeti nel giorno 13 giugno 1265.
Ma il problema è un altro. Perché infatti Dante decide di inserire, nascosta nelle terzine della sua opera più importante, l’indicazione della sua data di nascita? Nella Commedia Dante non rivela mai in modo esplicito il giorno della sua nascita. Credo che sia quasi un invito a scoprirla. Ma questo perché? Ritengo che Dante abbia voluto fornire gli indizi necessari a comprendere il suo codice. Una volta che si è riusciti a individuare la sua data di nascita si possiede la chiave per comprendere la struttura del codice utilizzato per dare altre informazioni ben più significative. Ritengo sia questa la giusta chiave di lettura.

Oltre che indicazioni temporali, sono presenti indicazioni codificate di luoghi?
L’indicazione del tempo mediante la posizione dei pianeti è un metodo molto intelligente perché in questo modo si riesce a segnalare un momento preciso indipendentemente dalle variazioni nelle convenzioni calendariali.
Un criterio analogo è stato impiegato per comunicare le posizioni e le distanze geografiche, anch’esse sono espresse con parametri universali, indipendenti dalle diverse unità di misura locali, ovvero mediante distanze espresse in gradi di latitudine e di longitudine. Per le longitudini il meridiano di riferimento principale è quello passante per Gerusalemme. Per le latitudini invece i parametri di riferimento corrispondono esattamente ai nostri, equatore e circolo polare artico.

Come arriva a coinvolgere Leonardo?

Dopo circa un anno che lavoravo su Botticelli e la Divina Commedia mi sono accorto di aver commesso l’errore di pensare che tutta la questione dei messaggi codificati riguardasse solo Dante e il suo grande estimatore Botticelli. Mi sbagliavo. Per convalidare il mio lavoro servivano altri indizi, e altrettanti riferimenti pittorici, quindi ipotizzai che Leonardo, avendo lavorato da ragazzo nella bottega del Verrocchio, la stessa frequentata da Botticelli, avesse ricevuto la medesima educazione e che quindi possedesse le stesse conoscenze anche riguardo alla Commedia. Nei dipinti di Leonardo sono presenti gli stessi metodi di codifica scoperti nelle opere di Botticelli.

Vorrei approfondire l’esistenza di anomalie nel Cenacolo
Il pane che Gesù sta indicando con la mano sinistra non corrisponde ai dettami della tradizione ebraica e rivela delle incongruenze. Si tratta di una pagnotta, mentre sulla tavola di una cena in cui si doveva celebrare la pasqua ebraica doveva comparire il pane azzimo, cibo utilizzato dagli ebrei durante gli otto giorni di celebrazione in ricordo del passaggio dalla schiavitù alla libertà, l’Esodo dall’Egitto guidati da Mosè.

Cosa ci fa allora un simile “errore” nella più importante opera di Leonardo?
E’ plausibile pensare a uno sbaglio talmente grossolano? O forse c’è dell’altro?

La cura dei dettagli e la precisione di Leonardo penso sia indiscutibile, pertanto, non credo affatto all’errore casuale, ritengo invece che l’artista abbia voluto “sbagliare” appositamente per fornire delle indicazioni precise. Leonardo voleva attirare l’attenzione su quel pane ed avere la possibilità di evidenziare su di esso ben tre diversi punti. Questi tre punti una volta decifrati secondo un codice basato sulla cartografia rivelano la posizione geografica di tre località europee: l’isola di Citera (Grecia), il Mont Cardou (Francia), e una località del centro Islanda. Il pane azzimo, non lievitato e dalla forma schiacciata, non lo avrebbe permesso.
La cosa interessante è che le distanze, espresse in gradi, tra Mont Cardou e Gerusalemme e tra Islanda e il sito francese, stanno tra loro in un rapporto matematico tale per cui è possibile indicare le posizioni di queste località con due quadrati adiacenti con lati che stanno tra loro in un rapporto di 2 a 3. Questi due quadrati adiacenti sono la sintesi di un sapere segreto: la posizione precisa della località’ in Islanda rispetto a Gerusalemme. Ho rilevato questo schema in molti dipinti di Leonardo.

E l’Islanda come entra nella decifrazione?
Alla luce delle informazioni ottenute dalla decifrazione della Divina Commedia, Dante stesso afferma di essere stato in Islanda. La cosa può suonare strana, ma è pur vero che sin dal 1100 sono documentati pellegrinaggi di islandesi a Roma e in Terra Santa. Non vedo quindi perché non si possa ipotizzare un percorso contrario. Dante è stato in Islanda, e forse proprio nel 1319.
Il percorso del viaggio è descritto in forma codificata nel XXVII Canto del Purgatorio. Dante passa per Luni, Sarzana, la Valle Stura, il Colle della Maddalena, entra nei territori del re francese a Macon, passa per Reims, Amiens, si imbarca poi a Strouanne per passare la Manica, raggiunge Dover, Canterbury, arriva fino in Scozia al castello di Stirling e poi a Inverness dove si imbarca, naviga in direzione nord verso le Shetland e poi verso l’Islanda.
Quando Dante si trova davanti all’anfiteatro della candida rosa dei beati, la osserva “come un pellegrino che si ricrea guardando il Tempio che ha fatto voto di visitare”. Ebbene Dante si riferisce all’anfiteatro naturale lungo il fiume Jökulfall. In questo anfiteatro naturale in corrispondenza del seggio di Beatrice nella candida rosa dei beati è posta una pietra molto particolare a forma di vero e proprio trono. Dante in un’altra terzina permette di dedurre che dietro la pietra a circa 20 m dovrebbe essere nascosta una camera segreta: il Tempio.

Se la sua ipotesi fosse confermata sarebbe una scoperta eccezionale, a che punto siamo con la ricerca pratica?
L’anno scorso ho individuato l’area indicata da Dante, un quadrato con lato pari ad un secondo di longitudine (13 x 13 metri). Quest’anno le ricerche sono proseguite con i metodi di prospezione del sottosuolo della geofisica. A luglio mi sono recato in Islanda con due geofisici, Gianfranco Morelli di Livorno, Douglas Labrecque del Nevada, ed un geologo, Mario Ferguglia, di Torino. Con questi tre esperti abbiamo condotto indagini sia con il georadar sia con la tomografia elettrica. I dati ottenuti sono stati studiati con il risultato di aver stabilito che proprio in quell’area esiste un’anomalia compatibile con quanto affermo. Spero che le autorità islandesi mi permettano di condurre scavi archeologici.
Un fatto curioso è che le autorità islandesi mi hanno messo in contato con Thorarinn Thorarinsson, il presidente dell’ordine degli architetti islandesi, esperto di storia locale, il quale ha aggiunto anche un altro aspetto misterioso alla mia scoperta. L’architetto mi ha riferito che nei documenti storici ufficiali islandesi si registra che nell’anno 1217 durante la riunione della Althing, il Parlamento istituito nel 930, il poeta condottiero Snorri Sturlusson, appare fiancheggiato da quelli che il testo definisce “80 cavalieri meridionali vestiti e armati tutti nello stesso modo”, e viene eletto al comando per quell’anno. Non c’è in tutta la storia islandese una notizia strana come quella. Si tratta di una assoluta anomalia. Gli storici non sanno spiegare chi siano, in realtà, quei cavalieri “meridionali” e quale ruolo ebbero nell’elezione di Sturlusson. Quando ho contattato l’architetto, riferendogli che nel tredicesimo secolo qualcosa era stato nascosto in una località del centro Islanda, il collegamento con i templari è stato immediato. Ritengo più che plausibile l’ipotesi che nel 1217 un gruppo di cavalieri templari sia andato in Islanda e abbia spalleggiato l’elezione di Sturlusson in cambio del suo appoggio nella costruzione di una camera segreta che negli anni successivi è stata riempita con libri sacri e oggetti del culto venuti dal Tempio di Gerusalemme.
Credo che il percorso cronologico corrisponda a quello fornito da Leonardo, dove il “tesoro” viene ritrovato dai templari intorno al 1125 parte a Gerusalemme e parte a Citera, spostato in Francia e infine nascosto poco più di un secolo dopo nella camera sotterranea in Islanda.

E Raffaello come entra nella vicenda?
Credo che Raffaello sia stato coinvolto da Bramante. Leonardo inserisce nel Cenacolo molte informazioni in forma codificata, ma si accorge che tutto il suo lavoro può essere pregiudicato e la trasmissione del suo messaggio segreto compromessa a causa della grave alluvione avvenuta nell’anno 1500 a Milano che minaccia la stessa esistenza della sua opera. Ipotizzo che espresse queste preoccupazioni all’amico Bramante, il quale potrebbe aver proposto a Leonardo di consegnargli i suoi codici affinché potesse passarli ad altri, in questo modo il messaggio e il codice si sarebbe potuto salvare nei secoli. Raccoglie così tutte le informazioni e le passa a Raffaello, il quale le inserisce con l’aiuto del Bramante negli affreschi della stanza della Segnatura. I 12 dipinti della stanza sono leggibili secondo un unico tema di fondo: la Divina Commedia.

Qual è il legame tra Leonardo, l’Islanda e la cartografia?
In Purgatorio XXXIII si legge: «Dorme lo ‘ngegno tuo, se non estima/ per singular cagione essere eccelsa/ lei tanto e sì travolta ne la cima». In questi versi sembra che Dante stia parlando della pianta presente nel Paradiso dell’Eden. Una pianta che ha una strana forma. Viene descritta come una pianta che si apre verso l’alto, ma anche che è tagliata nella cima. Ora se noi leggiamo le terzine non in chiave allegorica, ma dal punto di vista letterale i versi assumono un significato totalmente diverso. A questo punto mi sono chiesto quale poteva essere questa “pianta” che è «sì travolta ne la cima». Ipotizzando una lettura secondo un codice cartografico, l’espressione «eccelsa lei tanto» rimanda ad una località posta ad una latitudine molto elevata. Ora, se consideriamo, il numero del verso (66) e quello del Canto (33) scopriamo che corrispondono alla latitudine del circolo polare artico (66° 33’). Allora qual è quella località “tanto eccelsa”, posta a una latitudine tanto elevata e “così travolta” nella cima dal circolo polare artico? Può essere soltanto l’Islanda, che si apre a nord con due penisole, ed in quella più orientale è lambita in maniera precisa proprio dal circolo polare artico.

Ma perché proprio l’Islanda?

Credo per due ragioni: la prima è che l’Islanda era la terra più lontana tra quelle conosciute dell’epoca di Dante. Rappresentava di certo il luogo ideale per nascondere qualcosa. La seconda è legata alla presenza, tra i nove templari che effettuarono i ritrovamenti nel tempio di Gerusalemme, di un membro della famiglia Sinclair che era di origine scozzese. Tra i domini scozzesi del casato figuravano le isole Orcadi da cui è possibile raggiungere l’Islanda in pochi giorni di navigazione. Si può dunque immaginare che la famiglia Sinclair abbia scelto l’Islanda per proteggere quanto ritrovato a Gerusalemme.

Ma qual è il reale legame tra Dante e i templari?
Dopo la caduta in disgrazia dei templari nel 1307, voluta da Roma e da Filippo il Bello, nessuno poteva più dichiararsi appartenente all’Ordine. Però la gnosi e i segreti templari non muoiono di certo con la fine dell’Ordine. Molti templari sopravvissero e confluirono in altri ordini monastici, molti si rifugiarono in Portogallo, altri in Scozia, oppure continuarono in organizzazioni segrete. Credo inoltre che esistesse un’elite segreta sopra i templari che la repressione non riuscì a colpire. A mio parere, Dante fa parte di questa cerchia ristretta. Un libro molto interessante scritto da Robert John, Dante Templare, mette in luce i punti della Commedia in cui si possono cogliere “le simpatie” di Dante per quell’ordine monastico.

Secondo Lei quindi esiste una sorta di passaggio di consegne tra Dante, Botticelli, Leonardo e Raffaello. Quando e come si interrompe questa linea?
Sono riuscito a individuare e documentare i passaggi di questo sapere occulto fino a Raffaello. Non so dire se sia avvenuto un ulteriore passaggio di consegne. Nel libro che ho scritto in collaborazione con Gianfranco Freguglia abbiamo ipotizzato che con Raffaello si interrompa la linea di successione per il semplice fatto che muore un solo anno dopo Leonardo, nel 1520. Forse Raffaello non ha avuto il tempo di trovare un suo successore.
Vorrei sottolineare a questo proposito che le informazioni decifrate risalgono quindi ho al 1520.
Non so cosa sia accaduto in Islanda da quel periodo a oggi, non so se la camera segreta dove furono custoditi i “ritrovamenti” di Gerusalemme sia stata aperta e distrutta. A mio parere, ancora non è stata violata. Il segreto è rimasto tale sino ai nostri giorni e la località islandese per parecchi mesi coperta dalla neve e difficile da raggiungere anche ai nostri giorni offre una eccellente protezione naturale.

Testo tratto da Hera Magazine [Novembre 2006]

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Una Risposta to “Intervista di Massimo Bonasorte a Giancarlo Gianazza su “Hera Magazine” – Novembre 2006”

  1. [...] capire, il Graal. Giacobbo dice che l’ingegnere italiano, tal Giancarlo Gianazza, è persona credibile, perché ha pubblicato su questa sua scoperta un libro presso una seria casa editrice. Giacobbo non [...]

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